Psicologi collegano infanzie degli anni 60 e 70 a una maggiore tolleranza alla frustrazione

Negli ultimi mesi è circolato un racconto semplice e seducente: chi è cresciuto negli anni 1960 e 1970 avrebbe sviluppato una migliore capacità di sopportare la frustrazione rispetto alle generazioni nate dopo. Non è soltanto una nostalgia dei tempi in cui i pomeriggi si riempivano di giochi allaperto e i ritardi venivano considerati normali. È un argomento che psicologi, educatori e giornalisti stanno rianimando, mescolando studi consolidati e osservazioni sociali. In questo articolo provo a separare il rumore dalla sostanza e a offrire qualche riflessione pratica, non per prescrivere cosa fare, ma per capire perché questa idea ci colpisce così facilmente.

L’idea fondamentale alla base della teoria della frustrazione degli anni ’60-’70

La versione breve: linfanzia vissuta in un mondo meno digitale e più lenta avrebbe esposto i bambini a piccoli stress quotidiani ripetuti, che nel tempo avrebbero allenato la capacità di tollerare ritardi, piccole delusioni e noia. La versione lunga è più complicata e include elementi di contesto culturale economico e familiare. Qui non ho intenzione di darvi la risposta definitiva ma di presentarvi i fili con cui si costruisce il ragionamento.

Perché la tolleranza alla frustrazione è importante in psicologia

La frustrazione non è un valore morale né un difetto di carattere. È una reazione psicofisiologica a un ostacolo tra desiderio e realtà. La ricerca clinica la studia perché la capacità di attraversare momenti di disagio senza reagire impulsivamente è collegata al funzionamento quotidiano e alla regolazione emotiva. Dire che qualcuno “sa sopportare la frustrazione” è una semplificazione che nasconde molte sfumature ma la frase ha presa perché descrive un insieme di abilità utili.

Cosa ricordano le persone cresciute negli anni ’60 e ’70

Ho parlato con persone nate in quegli anni che ricordano code, attese per sviluppare foto, giochi che si costruivano da soli. Non è che quei tempi fossero necessariamente migliori. Molti di quegli adulti portano pure cicatrici emotive di esperienze difficili. Però molte testimonianze convergono su un punto: luscita dalla frustrazione spesso era un processo quotidiano, non un’emergenza.»

Marsha Linehan Professor emerita Department of Psychology University of Washington Distress tolerance is a learned skill that can be strengthened through repeated exposure to manageable stressors.

Ciò che è cambiato davvero

Il mondo ha accelerato. Le tecnologie rendono immediato lappagamento. La cultura educativa ha spostato laccento dalla gestione autonoma del disagio alla protezione preventiva. Queste trasformazioni creano contesti diversi per lo sviluppo emotivo. Ma diversa non significa automaticamente peggiore o migliore. Mi irrita quando si trasforma tutto in competizione tra generazioni: si perdono così le differenze di contesto e le risposte individuali.

Non è solo colpa degli schermi

È comodo attribuire la minor tolleranza alla frustrazione ai dispositivi ma sarebbe riduttivo. Ci sono cambiamenti strutturali nelle famiglie nel lavoro nella socialità. La diminuzione del gioco libero supervisionato meno contatti con adulti non genitori e letà media dei genitori sono variabili che interagiscono con le nuove tecnologie. Gli schermi amplificano certe reazioni ma non le creano dal nulla.

Cosa dice realmente la ricerca sulla tolleranza alla frustrazione

Non esiste uno studio universale che dichiari: “I nati negli anni 60 e 70 hanno tolleranza superiore alla frustrazione”. Ci sono però ricerche sulla noia sulla regolazione emotiva e sulla tolleranza alla frustrazione che supportano pezzi del ragionamento. I dati longitudinali mostrano che exposure ripetuta a stressor gestibili favorisce qualche forma di adattamento. Le interpretazioni sul piano sociale sono spesso speculative ma non prive di fondamento.

Come la frustrazione precoce può influenzare le capacità di adattamento

Se nel corso di anni un bambino sperimenta frequentemente piccoli fallimenti e ha opportunità di risolverli senza interventi protettivi immediati è plausibile che impari strategie di coping. Se invece le frustrazioni vengono sistematicamente eliminate o risolte dai genitori, quel bambino può non esercitare i meccanismi mentali che consentono di reggere lattenzione al disagio. Questo non è una formula fissa ma una dinamica osservata in vari contesti.

Perché questa narrazione è attraente

Un motivo è emotivo: ci piace pensare che il passato abbia forgiato qualità ammirabili. Un altro motivo è culturale: la crisi della pazienza è un tema facile da dramizzare in un mondo che sceglie velocità come misura di successo. Io credo che ci sia un desiderio collettivo di trovare modelli praticabili per aumentare la resilienza emotiva invece di rimpiangere epoche che non torneranno.

Il rischio di semplificare eccessivamente le generazioni

Attenzione a trasformare lidea in dogma. Se diciamo che chi è nato negli anni 60 e 70 è automaticamente più resistente, ignoriamo povertà abusi trauma e fattori che indeboliscono la capacità di reggere la frustrazione. Le generalizzazioni servono a racconti ma fanno male quando diventano pressioni morali su persone reali.

Cosa possiamo imparare senza idealizzare il passato

Si possono ricostruire condizioni che favoriscono una maggiore tolleranza alla frustrazione anche oggi. Non è necessario vivere senza tecnologia ma è utile garantire spazi di noia produttiva, opportunità di fallire senza conseguenze disastrose e piccoli compiti che richiedano sforzo ripetuto. Non ne faccio un decalogo chirurgico ma una proposta pratica: ricreare alcune caratteristiche di contesto che sembrano utili.

Riflessioni personali sull’applicazione di queste idee oggi

Io non credo nella nostalgia come cura. Credo invece nella selezione ragionata di pratiche che funzionano. Ci sono aspetti delle infanzie del passato che vale la pena replicare in forma non idealizzata. Lo faccio con scelte quotidiane in cucina e in famiglia non come rituale morale ma come esperimento esperienziale.

Quindi, gli anni ’60 e ’70 hanno davvero sviluppato una maggiore resilienza?

La connessione tra infanzie degli anni 60 e 70 e maggiore tolleranza alla frustrazione è plausibile ma non provata in modo netto e universale. È una lente utile per interpretare cambiamenti sociali e per immaginare interventi educativi. Rimane un tema vivo perché tocca una domanda centrale: come vogliamo crescere i nostri figli e quali strumenti vogliamo rimettere in mano alla società per aiutarli a navigare il disagio quotidiano? La risposta non è scontata e non la lascerei agli slogan.

Idea chiavePerché conta
Linfanzia degli anni 60 70 includeva più microstressQuesti stress possono aver allenato la regolazione emotiva.
I cambiamenti tecnologici non sono lunica causaFamiglia scuola e cultura influenzano altrettanto il risultato.
Non esiste una prova unica e definitivaEsistono studi che supportano parti della tesi ma non univoci sulla generazione.
Si possono ricreare condizioni utili oggiSpazi di noia controllata e fallimento sicuro possono favorire lallenamento emotivo.

Domande frequenti sull’infanzia negli anni ’60 e ’70

Come mai molti articoli sembrano dire la stessa cosa sugli anni 60 e 70?

È una combinazione di narrazione culturale e scelta editoriale. Le storie che parlano di generazioni forniscono ponti emotivi facili da leggere e da condividere. Alcuni articoli attingono a studi psicologici sulla noia la regolazione emotiva e la tolleranza allo stress e poi costruiscono una narrativa generazionale. Spesso la semplificazione è utile per la comunicazione ma nasconde complessità. Per capire davvero bisogna guardare i dati originali e le variabili di contesto.

Significa che chi è nato dopo il 1980 non può sviluppare tolleranza alla frustrazione?

Assolutamente no. La capacità di tollerare la frustrazione si costruisce con esperienze ripetute e situazioni che richiedono regolazione emotiva. Il contesto moderno offre strumenti diversi ma è possibile creare opportunità che svolgono funzioni analoghe a quelle delle generazioni precedenti. Non è una sentenza biologica ma una questione di pratica e ambiente.

Gli psicologi raccomandano di tornare ai metodi educativi di 50 anni fa?

Non cè un consenso per un ritorno in blocco. Molti esperti suggeriscono di adottare elementi utili adattandoli alla realtà contemporanea. Per esempio favorire autonomie sicure promuovere esperienze di fallimento controllato e incoraggiare il gioco libero possono essere strategie compatibili con la vita moderna. Le raccomandazioni specifiche variano a seconda dei contesti culturali e individuali.

Perché questa discussione ci fa sentire divisi?

Perché tocca lidentità collettiva e le scelte educative. Quando parliamo di come crescere i bambini parliamo anche di valori di società e delle paure del presente. Le divisioni emergono quando la discussione diventa morale invece che empirica. Un buon dialogo richiederebbe riconoscere limiti delle generalizzazioni e ascoltare esperienze diverse senza trasformarle in giudizi assoluti.

Quali sono i limiti di questa narrazione generazionale?

Il limite principale è la sovrasemplificazione. Generazioni non sono monoliti e dentro ogni coorte ci sono ampie disuguaglianze. Inoltre la correlazione tra esperienza dinfanzia e competenze adulte non implica necessariamente causalità lineare. Interventi sociali economici e individuali giocano ruoli spesso più potenti delle cronologie.

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